Nelle notti di giugno
che scintillio di lucciole
sui campi imbionditi di grano:
mi rimanda all’infanzia
frammezzo alle spighe a inseguirle.
(giugno 1994 – ma anche oggi)
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Nelle notti di giugno
che scintillio di lucciole
sui campi imbionditi di grano:
mi rimanda all’infanzia
frammezzo alle spighe a inseguirle.
(giugno 1994 – ma anche oggi)
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Succede che in questi giorni c’è o si avverte in giro, sottotraccia, gran fermento: si disfa, si scarta, si recupera, si riorganizza, si ritessono strategie e alleanze, si accelera la definizione di un nuovo quadro, un nuovo assetto, per l’avvio di un percorso che, senza fare tabula rasa, si distacchi significativamente dal passato.
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Scrivevo un tempo del silenzio del traduttore. Sono ancora convinto che sia un aspetto importante del mestiere, accanto alla amata/odiata/ricercata/subita solitudine. Il punto è che ci sono modi e modi di stare in silenzio, come ci sono modi e modi di stare da soli.
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Nuvole scure che si avvicinano minacciose, un tuono e via, giù pioggia a dirotto, grandine a fiotti, fiumi di acqua per strada che quasi si portano via la macchina, sottopassi allagati; poi d’un tratto un raggio di sole e piano piano rasserena, si rispalancano le finestre e una calma irreale invade tutto, tutto volge alla quiete, la quiete e la pace del cuore. È la sera, la dolce e ammaliante sera di maggio.
La sera,
torna sempre la sera
col suo fare ammaliante,
con un che di speciale:
forse il silenzio di fondo
che bene s’accorda con me,
forse il sollievo insomma
che anche oggi è andato,
forse lo stare del pensiero sospeso,
come incantato,
a non volere alcunché.
È poi sublime la sera di maggio
quando stare di fuori è delizia,
quando dappertutto nell’aria è profumo,
lungo i viali di platani o tigli
per la città e nella campagna
che è una verde marea.
(maggio 1994)
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Aver tirato stanotte fino alle tre e mezza, e poi essermi alzato verso le otto, poco più tardi del solito, ora, a metà pomeriggio, inizia a farsi sentire, malgrado il doppio caffè dopo pranzo. E anche la pioggerellina, là fuori, non aiuta a tenere gli occhi aperti. Verrebbe così da cantare “Bring on the Night”, con i Police. Ma poco fa alla radio è passata “Rock and Roll” degli Zeppelin; e non c’è paragone, come carica adrenalinica e vitaminica .
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Torno dalla passeggiata serale sulla strada per il bosco e dalla lunga, gradevole telefonata con effe, accendo la radio e per attenuare i fruscii sistemo l’antenna, mi siedo alla scrivania, riapro il file a cui sto lavorando e mi rimetto a tradurre. Quando ecco partire le note di una canzone, e lì mi arresto, estasiato, prima di correre in rete a scoprirne testo (sulla base delle poche parole memorizzate: “you and me, no matter how [...] happy together”), gruppo e video su YouTube. Tutto da incanto, come la più tipica delle sere di maggio.
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Sia finito oppure no, il grande cazzeggio elettronico degli ultimi anni è comunque sintomo di qualcosa di profondo che non andava e forse ancora non va appieno nella vita di molti di noi. Un malessere e un’inquietudine palpabili anche dietro la più innocente, apparente svagatezza. Sia servito a qualcosa oppure no, si sia cammin facendo diventati altri, più maturi e coscienti, o si sia rimasti pressoché gli stessi o addirittura regrediti, si vedrà.
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