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tracce frammentarie di appartata esistenza presso i Monti Gemelli

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Contro la traduzione?

23 Novembre 2007 di ennemme

Proprio contro no, essendo in sostanza il mio pane quotidiano. Ma se penso alla sofferenza che tante volte mi crea – quando devo chiudere un libro, quando devo rincorrere e mediare a destra e a manca, quando perdo il sonno, quando perdo la bussola, quando sono completamente sfranto e non ho tempo per niente, nemmeno per pensare – i versi seicenteschi di Guillaume Colletet e la loro traduzione moderna di Valerio Magrelli sono più che pregnanti. Allora, contro la traduzione magari no; ma contro lo stress da traduzione, altroché!

Guillaume Collettet, Contre la Traduction (1637)

C’est trop m’assujettir je suis las d’imiter;
La version déplaist à qui peut inventer;
Je suis plus amoureux d’un Vers que je compose
Que des Livres entiers que j’ay traduits en Prose.
Suivre comme un esclave un Autheur pas à pas,
Chercher de la raison où l’on n’en trouve pas,
Distiler son Esprit sur chaque periode,
Faire d’un vieux Latin du Françoise à la mode,
Eplucher chaque mot comme un Grammarien,
Voir ce qui le rend mal, ou ce qui le rend bien,
Faire d’un sens confus une raison subtile,
Joindre au discours qui sert un langage inutile,
Parlar assurement de ce qu’on sçait le moins,
Rendre de ses erreurs tous les Doctes temoins,
Et vouloir bien souvent par un caprice extrême
Entendre qui jamais ne s’entendit soy-mesme;
Certes, c’est un travail dont je suis si lassé,
Que j’en ay le corps foible, et l’esprit émoussé.

Son stufo di servire, basta con l’imitare,
Le versioni sviliscono chi è in grado di inventare:
Sono più innamorato di un Verso che ho prodotto
Che di tutti quei Libri in prosa che ho tradotto.
Seguire passo passo l’Autore come schiavi,
Cercare soluzioni senza averne le chiavi,
Distillarsi lo Spirito senza capo né coda,
Far di un vecchio Latino un Francese alla moda,
Spulciare ogni parola come fossi un Grammatico
(Questa funziona bene, quella ha un suono antipatico),
Dare a un senso confuso uno sviluppo piano,
Unire a ciò che serve tutto un linguaggio vano,
Parlare con prontezza di quello che più ignori,
I Dotti, dei tuoi sbagli, rendere spettatori,
E seguendo un capriccio spinto fino all’eccesso
Capire chi neppure si capì da se stesso:
Ormai, questo lavoro mi ha talmente stancato
Che ne ho il corpo sfinito, lo spirito spossato.

(Valerio Magrelli, in Esercizi di tiptologia, Mondadori 1992)

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